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Sulla base del lavoro di ricerca del Dr. iur. Dr. rer. pol. Fabian M. A. Teichmann
Il 24 dicembre 2024 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato un provvedimento storico: la prima convenzione globale contro la criminalità informatica. Si tratta del primo trattato internazionale universale che definisce i reati commessi nel e attraverso il cyberspazio, stabilisce poteri investigativi transnazionali e mira ad agevolare la cooperazione giudiziaria a livello globale. Per le aziende che operano a livello internazionale, lavorano con i dati o utilizzano servizi cloud, questo trattato ha conseguenze pratiche concrete. Teichmann ha analizzato nel dettaglio la convenzione e le sue implicazioni (Teichmann, VN-Konvention gegen Cyberkriminalität und universeller Menschenrechtsschutz, Archiv des Völkerrechts 2026; id., UN-Konvention gegen Cyberkriminalität und universeller Menschenrechtsschutz, Jusletter, 6 ottobre 2025).
Cosa disciplina la convenzione – e perché è nata
La Convenzione delle Nazioni Unite sulla criminalità informatica è il primo accordo multilaterale di diritto penale da oltre due decenni. Colma una lacuna esistente da tempo: stati importanti come la Russia, la Cina e l'India non avevano mai aderito alla Convenzione di Budapest del Consiglio d'Europa del 2001. Su iniziativa della Russia, nel 2019 è stato istituito un comitato ad hoc delle Nazioni Unite. Dopo estenuanti negoziati, il comitato ha raggiunto un accordo nell'agosto 2024. La convenzione è aperta alla firma ad Hanoi dall'inizio del 2025 ed entrerà in vigore 90 giorni dopo la quarantesima ratifica (Teichmann, Archiv des Völkerrechts 2026).
In termini di contenuti, la convenzione definisce i reati informatici, stabilisce poteri investigativi transfrontalieri – ad esempio per richiedere e acquisire prove elettroniche oltre i confini nazionali – e definisce i meccanismi per l'assistenza giudiziaria reciproca internazionale.
Il lato positivo: una migliore applicazione della legge contro i criminali informatici
Uno dei maggiori problemi pratici nel contrasto alla criminalità informatica è l'internazionalità dei colpevoli: i gruppi di ransomware e le bande di phishing spesso operano da stati che non cooperano con le autorità dei paesi delle vittime. Le indagini penali solitamente non portano a nulla. È proprio qui che interviene la Convenzione delle Nazioni Unite: essa crea un quadro di cooperazione più ampio, anche con gli stati che non hanno aderito alla Convenzione di Budapest. In teoria, ciò significa: più paesi che cooperano, indagini transfrontaliere più semplici e una maggiore probabilità che i colpevoli vengano effettivamente assicurati alla giustizia (Teichmann, Archiv des Völkerrechts 2026).
Il lato problematico: sorveglianza e diritti umani
Tuttavia, l'analisi di Teichmann evidenzia anche i lati oscuri. Un'insolita alleanza di organizzazioni per i diritti umani, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e parti dell'industria tecnologica avvertono della presenza di ampi poteri di sorveglianza e di una mancanza di meccanismi di tutela dello Stato di diritto vincolanti.
Il problema principale: la convenzione crea ampi poteri investigativi extraterritoriali – ad esempio per la richiesta di dati e la sorveglianza transfrontaliera – senza meccanismi di protezione della privacy sufficientemente solidi. Per le imprese ciò si traduce concretamente nel fatto che le autorità di diversi Stati potrebbero richiedere l'accesso ai dati aziendali ai sensi della convenzione, inclusi i dati memorizzati in altri paesi. Gli standard di protezione offerti, ad esempio, dal GDPR in Europa potrebbero subire forti pressioni (Teichmann, Archiv des Völkerrechts 2026).
Il problema della frammentazione
In futuro, con la Convenzione delle Nazioni Unite, esisteranno due quadri normativi paralleli: la Convenzione di Budapest e la nuova Convenzione delle Nazioni Unite. È probabile che la maggior parte degli Stati occidentali appartenga ad entrambe, mentre altri aderiranno solo alla Convenzione ONU. Questa coesistenza comporta il rischio di standard divergenti. Teichmann formula la questione fondamentale in modo incisivo: lo spazio digitale sarà governato in futuro da principi cardine comuni o da un mosaico di approcci nazionali? La sua conclusione è sobria: la convenzione fa forte riferimento al diritto nazionale, riflettendo così un panorama normativo frammentato (Teichmann, Archiv des Völkerrechts 2026).
Cosa significa questo concretamente per le aziende
Le aziende devono comprendere con esattezza dove vengono memorizzati i propri dati e a quali giurisdizioni sono potenzialmente soggette. La convenzione potrebbe facilitare l'accesso ai dati da parte delle autorità straniere, un fattore da considerare nella scelta dei fornitori di servizi cloud e dei data center. La conformità al GDPR rimane invariata. Inoltre, occorre monitorare lo sviluppo della convenzione: quali Stati aderiscono e come si configureranno concretamente i poteri investigativi?
Chiunque sia vittima di un attacco informatico dovrebbe inoltre conoscere i migliorati meccanismi di cooperazione. Una denuncia penale ai sensi della convenzione può potenzialmente portare a indagini transfrontaliere che in precedenza non sarebbero state possibili.
Conclusione: un'arma a doppio taglio
La Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità informatica è una pietra miliare politica, ma non rappresenta un progresso univoco. Da un lato migliore la cooperazione internazionale nel perseguire i criminali informatici. Dall'altro crea ampi poteri di sorveglianza con garanzie insufficienti per i diritti umani e approfondisce la frammentazione del diritto informatico internazionale. Per le aziende non si tratta né di una minaccia pura né di un'opportunità assoluta, bensì di entrambe le cose (Teichmann, Archiv des Völkerrechts 2026).
Tutti i riferimenti bibliografici rimandano a contributi scientifici pubblicati dal Dr. iur. Dr. rer. pol. Fabian M. A. Teichmann. La bibliografia completa è documentata nell'elenco delle pubblicazioni (aggiornato a maggio 2026).
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